LA MISERICORDIA SARÀ DEI MISERICORDIOSI XXIV Domenica del tempo ordinario


LA MISERICORDIA SARÀ DEI MISERICORDIOSI

XXIV Domenica del tempo ordinario

Commento a Luca 15, 11-32

Una delle categorie teologiche più messe in risalto da Luca, e comunque leggibile negli altri Vangeli, ha portato un grande cambiamento nel modo che l’uomo aveva per concepire Dio. Stiamo alludendo a quello che il tema più evidente di questo celebre brano evangelico, conosciuto come “la parabola del figliol prodigo”, ovvero: la smisurata misericordia del Padre. Essa è talmente vasta e insondabile da apparire alla nostra razionalità esagerata e controproducente. Se questo è vero per noi, cristiani del terzo millennio, quanto ancora più inconcepibile doveva apparire l’atteggiamento promosso da Gesù. Sappiamo bene che egli spalancava le porte anche ai peccatori pubblici, ritenuti irrecuperabili o, addirittura, meritevoli di morte.

(Cfr. vv 11-13) La nostra parabola, forse più di tutte le altre, sa darci un preciso identikit di Dio Padre. Essa ha tre personaggi principali: Il padre (che Gesù identifica con Dio), Il figlio maggiore (il popolo eletto), il figlio minore (i gentili e i peccatori). Ciò che colpisce da subito è la sconcertante liberalità di questo papà, talmente innamorato e rispettoso della volontà dei suoi figli, da concedergli totale libertà. Il suo amore non è dunque possessivo e geloso, non tratta i figli come proprietà privata e riconosce loro la pienezza di ogni diritto. Non è un padre padrone, come la gran parte dei capi famiglia di quell’epoca. Questo uomo è talmente fedele alle sue scelte da farlo sembrare perfino sconsiderato. Ma in cosa consiste l’eredità citata nella parabola? L’ipotesi più probabile, a mio avviso, è che sia la nostra vita. Questa è la ricchezza che ci viene affidata; siamo noi a scegliere come “spenderla”, nel bene o nel male, dentro o fuori la casa del padre.

(Cfr. vv 14-20) Che succede se investiamo male la vita che ci è concessa? Dio non ha voluto affidare a noi la Rivelazione per tormentarci con assurdi divieti, ma perchè potessimo prosperare e realizzarci, essere felici. Un sentiero esistenziale che possiamo percorrere solo alla luce dell’insegnamento di Cristo, Via, Verità e Vita. Non sembra questa però l’opzione che il figlio “più giovane” sembra aver scelto. Egli credeva di trovare gioia e serenità inseguendo le chimere di una falsa felicità che si fonda sulla creazione ed il soddisfacimento di bisogni fittizi, i quali non possono ai nostri reali bisogni. L’ebrezza dei paradisi artificiali, una sessualità fine a se stessa, il potere, il denaro, il successo, cosa produce una vita spesa per questi “beni”?
Il figlio minore apre gli occhi sulla sua condizione reale. Capisce di vivere una vita immonda poichè si trova a essere schiavo di un despota, la sua dipendenza dal peccato. Egli finisce fra i porci, gli animali impuri per eccellenza nella mentalità semita, questo lo rende perennemente impuro. Ha fame, ma proprio quella condizione in cui ha liberamente scelto di vivere, non gli permette di saziarsi, ovvero: soddisfare le sue vere necessità.

Potrebbe sembrare che questo figlio prodigo non abbia alcuna virtù, ma non è così. Innanzitutto egli confida nella misericordia del Padre e questo dimostra che possiede una conoscenza autentica della sua persona. Ha, inoltre, una grande umiltà perchè accetta l’eventualità di umiliarsi davanti alla sua famiglia e di essere considerato l’ultimo garzone di casa.

(Cfr. vv 20b-24) Il Padre vede nel segreto del nostro cuore. Appena uno spiraglio di disponibilità si apre nei suoi confronti egli agisce per redimerci, ci corre incontro e ci abbraccia. Sant’Agostino diceva: “Il Dio che ti ha creato senza di te non può salvarti senza di te”. Mirabile sintesi. Affermando di non avere più diritto a essere considerato suo figlio, questi consegna interamente la sua sorte nelle mani del padre affidandosi a lui senza riserve.

In tutta risposta il padre gli affida tre doni. La veste battesimale: segno del nostro essere nuove creature, libere dalla colpa originale. L’anello simbolo della riacquistata dignità filiale e della sua posizione autorevole nella casa del Padre. I sandali: anticamente usati solo per i lunghi viaggi, indicano la libertà incondizionata nuovamente concessa.

La festa che questo padre prepara simboleggia il cielo. Essa ha dimensioni cittadine. Infatti basta pensare a quanto sia grande un vitello, possiamo ben immaginare che gli invitati dovevano essere centinaia. Si tratta dunque di evento pubblico per cui tutti dovevano gioire.

(Cfr. vv 25-32) Il Figlio maggiore, dai tempi dei padri della chiesa, rappresenta il popolo fedele, che resiste alle tentazioni della falsa felicità e resta nella Grazia del Padre. In questo caso però si tratta di una fedeltà apparente. E’ chiaro che il cuore di questo figlio non è conforme a quello del papà, non gli sta a cuore il bene del fratello e non accetta l’amore che il padre ha verso il figlio minore. Questo gli impedisce di partecipare alla festa e lo fa restare fuori. Il non perdono ci condanna ancor di più del peccato stesso!

È Dio a mandarci all’inferno? O siamo piuttosto noi a preferirlo al Cielo? Da questo brano sembra maggiormente plausibile la seconda ipotesi. Il Padre stesso lascia la festa, per andare incontro all’altro figlio, perchè gioisca con lui assieme a tutti gli invitati, ma questi non vuole ascoltare e si ostina ad attribuire un atto ingiusto a quell’uomo pieno di misericordia. Alla possibilità di vedere suo fratello redento e felice, preferisce quella di saperlo punito e umiliato, come può, chi nutre tali sentimenti, entrare nella beatitudine eterna?

FRA UMBERTO PANIPUCCI

Felice Domenica

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