SALVATORE QUASIMODO LA VITA INTESA COME ESISTENZA E COME CULTURA


SALVATORE QUASIMODO
LA VITA INTESA COME ESISTENZA E COME CULTURA


L’indipendenza dell’uomo e l’autonomia del poeta che non ha mai tradito se stesso e la poesia.

Salvatore Quasimodo nasce a Modica, provincia di Ragusa, in Sicilia, il 20 agosto 1901. Muore a Napoli il 14 giugno del 1968.
Gli spostamenti del padre, capostazione delle FF.SS, gli fanno conoscere la Sicilia, alla quale rimarrà sempre legato, anche nel mito poetico. Roccalumera, Gela, Acquaviva , Trabia e Messina sono le tappe di questi continui spostamenti. Quando nel 1908 la famiglia si stabilisce a Messina Quasimodo ha sette anni. La città , da poco colpita dalla grave calamità del terremoto che l’aveva praticamente rasa al suolo, offre al giovinetto un desolante spettacolo. Intorno ai quindici anni inizia il suo tirocinio di poeta. Conseguito il diploma si iscrive nel 1919 al politecnico di Roma. Frequenta ingegneria, ma non riesce a superare il biennio, per problemi economici; abbandona, quindi , quell’indirizzo universitario e si iscrive alla facoltà di fisica.
Anche quest’esperienza però è segnata dall’insuccesso. Quasimodo, allora, abbandona gli studi universitari e trova lavoro presso un ingegnere come disegnatore tecnico. E’ costretto, infatti, a lavorare per vivere, lontano dalla famiglia, che poteva offrirgli poco aiuto. Lavora contemporaneamente alla Rinascente.
Il soggiorno romano non sarà allietato da una copiosa produzione poetica, ma determinerà per il poeta comunque una tappa significativa, che lascerà una impronta profonda. A Roma, infatti avrà i primi contatti con le lingue classiche, il greco ed il latino, ed avvierà proficue ed approfondite letture di testi letterari e filosofici, che contribuiranno enormemente ad arricchirlo culturalmente ed umanamente.
La lontananza dalla famiglia, la nostalgia della terra natale e dell’infanzia, l’insoddisfazione per un lavoro svolto più per costrizione di bisogno che per libera e sentita vocazione, contribuiranno alla maturazione in lui dei temi lirici della sua poesia ermetica, segnata dal mito della terra natale, la Sicilia, che costituisce l’elemento di fondo della sua personalità poetica. Una condizione spirituale che origina dal contrasto tra la sensazione dolorosa vissuta del distacco della amata Sicilia e il mito della Stessa rivissuto attraverso i ricordi dell’infanzia.
Il poeta partecipa alla vicenda dell’Ermetismo ma per adeguarlo a sé e al suo penoso ripiegarsi sulla sua condizione di siciliano in cerca di libertà. In tal senso è da considerare il principale esponente dell’Ermetismo.
La sua poesia, in particolare quella dell’Antologia “ Ed è subito sera, che compendia le prime quattro raccolte: Acque e Terre, Oboe Sommerso, Erato ed Apollion, Nuove Poesie, è una poesia scarna, immediata, intima, in cui più che l’immagine e il verso, è la parola l’elemento costitutivo, nella quale espressione ed effetto si fondono.
Altro mito nella poesia di Quasimodo è l’amore per la Grecia Antica che si ritrova ne “ Le Traduzioni di Lirici Greci “, Catullo, Virgilio, Omero, e Sofocle, che la critica considera il momento poetico più elevato della produzione letteraria del Poeta, anche perché, rileva, la frequentazione dei classici porterà Quasimodo al
superamento dell’Ermetismo. Svolta che si manifesta già nella raccolta “ Nuove Poesie “ e si concretizza in particolare nelle liriche composte negli anni del secondo conflitto mondiale e nel dopoguerra, dove il poeta manifesta il desiderio di uscire dalla sfera privata per stabilire un rapporto più stretto con il dolore degli altri.
La poesia allora viene concepita in una nuova ottica, con una funzione più mordace ed incisiva, come strumento di comunicazione e di lotta, e con un nuovo impegno
quello di contribuire a “ Rifare l’Uomo “ e quindi con una connotazione narrativa più aderente al nuovo ruolo e più rispondente all’obiettivo che il poeta persegue.
Quasimodo non partecipa direttamente agli avvenimenti bellici ed alla resistenza partigiana, ma resta comunque colpito dalla tragicità del momento di crisi che l’umanità sta vivendo. Se ne fa un testimone attento e consapevole. La sua poesia, pertanto, rispecchia il sentimento dell’appartenenza all’umano ma in un modo che diventa sempre più incerto e perplesso. Il fascismo, la guerra, e le paure atomiche del dopoguerra sono mostri che il poeta cerca di esorcizzare.
La Vita, intesa come esistenza e come cultura, e la Morte, intesa come negazione d’amore e silenzio totale ,costituiscono pertanto i simboli della poesia di Quasimodo, dove la Sicilia, vista come età dell’oro e irraggiungibile infanzia del mondo e Milano, città capitalistica, borghese, colta, ma al contempo negazione di ogni speranza di felicità per l’uomo, sono i luoghi mitici di una effusione lirica che passa, dopo gli eventi tragici della guerra, da una parola difficile ed ermetica ad una eloquenza dei sentimenti e ad una emotività umana più distesa.
Nella prima raccolta “Acque e Terre”, ci sono tutti i temi ed i motivi fondamentali della poesia di Quasimodo .
La Sicilia, magnogreca, innanzitutto, terra natale, amata e perduta e dal cui distacco deriva al poeta il dolore dell’esule, sradicato, in un mondo ostile che dà solo una dolorosa solitudine.
La raccolta propone allora i motivi dell’esilio, del perpetuo errare e della morte. Evoca la realtà terrestre, le stagioni, l’amicizia; parla di solitudine e di dolore individuale ma ancora dentro una natura ed una umanità concrete.
Gli squarci paesaggistici, i silenzi, i cieli, i colori, le acque, le figurazioni ancestrali, la sensualità e l’antica malinconia mediterranea, si fanno armonia di queste prime liriche.
La pena dell’esule , dannato a smarrirsi nel labirinto di una solitudine angosciosa, universale, delinea che è solo anche in compagnia di altri uomini; il suo breve destino è questo perché : “ ognuno sta solo sul mar della terra/ trafitto da un raggio di sole / ed è subito sera”.
Con la raccolta “Oboe Sommerso “ Quasimodo entra pienamente in clima ermetico.
Le liriche sono di versi brevi, costruiti per favorire le illuminazioni e cioè le impressioni veloci, le folgoranti intuizioni di un attimo.
In questa silloge la Sicilia, la terra natale, acquista la dimensione del mito unitamente a quello della classicità del mondo greco. Ma al tema-mito dell’isola e della nostalgia: l’eucaliptus, il poeta affianca il motivo della disperazione nascente dalla crisi esistenziale dell’uomo contemporaneo, cui, contro il gelo della solitudine e della dissoluzione in agguato, nulla è di conforto se non il silenzio.
A quest’uomo, tuttavia, il poeta, uomo tra gli uomini, addita quale via di salvazione l’abbandono francescano alla volontà del padre, al quale confidare lo strazio di riconoscersi creatura imperfetta e finita.
Questi temi si ritrovano, con una maggiore consapevolezza qualitativa ed espressiva, nella raccolta: Erato ed Apollion, in cui, prendono maggiore forma e consistenza, con viva suggestione poetica, i miti dell’infanzia perduta, di epoche d’oro scomparse, le isole e le patrie, la ricerca senza oggetto, la morte, la vita, l’inferno di esistere, il naufrago.
Dice il poeta: il mio impegno dinanzi all’arte è altissimo e non posso concedere nulla: né una sillaba nè un ritmo che aiuti l’analisi.
E,’ dunque, già poetica! La poesia per Quasimodo è linguaggio e ritmo e va compresa nella sua globalità essenziale. Non è compito del poeta curarsi di chi cerca la comprensione letterale della lirica o intende trovarne il significato dei temi.
Con la raccolta “Nuove poesie “ Quasimodo apre un nuovo ciclo poetico, in cui compare una realtà fatta di cose concrete, strade, campi, fiumi e città, ma anche persone, incontri cittadini e dediche a persone e luoghi cari citati con il loro nome.
E’ una poesia che guarda oltre l’ermetismo e dove la nota dominante è l’amara constatazione del fluire del tempo inesorabile che tutto travolge, destinando il passato ed anche il presente alla umiliazione nei simboli.
Di diverso tenore la raccolta “ Giorno dopo giorno “, pubblicata nel 1947 a guerra finita, ma pregna di quella triste, tragica esperienza umana, di cui ogni uomo, ogni poeta ne porta nell’animo i segni, il peso delle crudeltà inumane, della distruzione morale e materiale, delle macerie delle città , dei brandelli dell’uomo lacerato, torturato, spogliato della sua dignità, offeso, umiliato, ucciso. Il poeta però si ribella a tanta follia e mentre tenta di ricomporre i pezzi dispersi dell’uomo del suo tempo, frantumato dall’onda bellica, pensa già all’uomo futuro protagonista ed artefice di una vera società civile.
IL verso allora si fa meno ermetico e più aperto alla comprensione e la silloge rivela l’impegno civile del poeta.
Si fa più pacata la poesia dell’ultima raccolta “ Dare e Avere “, dove il poeta ci presenta la serenità di un animo in pace, in contrapposizione ai clamori del dopoguerra, ai gridi umani insofferenti, all’ira ed alle passioni.
E’ presente e predomina anzi l’opposizione tra la vita e la morte con un ultimo bilancio in cui la Morte è quasi un presagio, mediato soltanto da una speranza nella poesia come canto “ Che vince i deserti”.
Riguardo a Quasimodo Carlo Bo, in un saggio del 1939 con le parole : “ sta solo, come ogni vera voce – senza legami di scuole”, nel mentre risalta l’indipendenza dell’uomo, esalta al contempo la coerenza e l’autonomia del poeta che non ha mai tradito se stesso e la poesia. Ciò che fa di Quasimodo uno dei figli più degni del suo tempo.

Eduardo Terrana

(Conferenziere internazionale su diritti umani e pace )
Diritti riservati all’autore.

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