LA BASILICA DI SAN NICOLA: TRA CULTO E TRADIZIONI


articolo di

Crescenza Caradonna

LA BASILICA DI SAN NICOLA:
TRA CULTO E TRADIZIONI

a cura di Crescenza Caradonna

San Nicola è il santo che ha goduto nella vita della Chiesa il culto più esteso, dopo quello della Beata Vergine Maria.
Uomo della carità si distinse per la sua generosità verso i poveri e i bisognosi.
San Nicola di Myra viene detto anche di Bari, perché in questa città fu portato e rimane conservato il suo corpo. Nel 1087, circa 62 marinai si impossessarono dele sue reliquie e lo trasportarono a Bari, dove giunsero il 9 maggio, con indescrivibile esultanza della popolazione. I marinai consegnarono il corpo al benedettino Elia, abate di San Benedetto, il quale edificò sul posto la Basilica del santo.
Il santo vescovo Nicola è molto venerato in tutto il mondo cattolico e ortodosso e specialmente in Russia dove, come a bari, oltre alla festa universale del 6 dicembre c’è anche quella del 9 maggio a memoria della traslazione delle reliquie.
La maestosa Basilica, a lui dedicata, è ancora oggi meta di numerosi pellegrinaggi che testimoniano l’affetto profondo della gente nei confronti di questo grande uomo di Dio.

I testi del sito sono di P. Gerardo Cioffari OP

 
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Le spoglie di S. Nicola riposarono a Mira circa 750 anni (337-1087), mentre il suo culto (specialmente a partire dal IX secolo) si diffondeva universalmente. Poi, grazie ad un fortunato colpo di mano le sue reliquie furono portate a Bari, cambiando la storia di questa città. Ed oltre che come “di Mira”, d’allora in poi fu conosciuto come S. Nicola di Bari.
La traslazione delle reliquie di S. Nicola da Mira (Asia Minore, oggi Turchia) a Bari fu ideata e realizzata in un contesto storico ben preciso. La città stava attraversando un periodo di crisi a seguito della conquista normanna che nel 1071 l’aveva privata del ruolo di capitale del “tema di Longobardia”, con conseguente calo nelle attività commerciali. C’era anche una crisi d’identità politica, non risolta dalla ribellione di Argirizzo nel 1079, che aveva provocato una dura e umiliante  reazione da parte del duca Roberto il Guiscardo. L’occupazione nel 1085 di Antiochia da parte dei musulmani aveva dato il colpo di grazia al commercio, essendo quella città il principale partner commerciale.
La circostanza favorevole fu che, proprio sulla rotta per Antiochia c’era Andriake, il porto della città di Mira, ove a tre km all’interno c’era la chiesa di S. Nicola, già venerato anche a Bari come  patrono dei marinai. Di conseguenza, anche se non ci fu un vero e proprio progetto, l’idea di rapire le ossa di S. Nicola dovette venire abbastanza naturale. Con un simile colpo di mano la città avrebbe trovato un simbolo ed un patrono che avrebbe risollevato sia l’orgoglio che il commercio cittadino. Consapevoli che non vi sarebbero state molte altre occasioni a motivo dell’inarrestabile avanzata musulmana in Asia Minore, l’idea dell’impresa si concretizzò durante una navigazione nei primi mesi del 1087.
Su tre navi cariche di cereali 62 tra marinai e commercianti baresi salparono diretti ad Antiochia. A metà viaggio il discorso cadde sulla possibilità di impadronirsi delle ossa di S. Nicola, che in tal modo sarebbero state salvate dalle incursioni turche e avrebbero dato prestigio alla città. Una rapida perlustrazione all’andata li scoraggiò, avendo constatato la presenza di molti turchi ivi convenuti per i funerali di un loro capo. Dopo le operazioni commerciali ad Antiochia, ove appresero che anche i veneziani avevano le stesse intenzioni, presero rapidamente la via del ritorno. Giunti ad Andriake, 15 rimasero alle navi e 47 si inoltrarono all’interno fino alla chiesa, in cui c’erano quattro custodi, di cui tre monaci.
Dopo una breve preghiera come se fossero normali pellegrini, si fecero indicare il luogo da dove estraevano la manna e dove era sepolto S. Nicola. Inizialmente i monaci si rifiutarono, anzi cercarono invano di correre ad avvertire i cittadini che si erano rifugiati nei monti vicini, ma poi, spada alla gola, furono costretti a parlare. Alquanto timorosi al momento di frantumare il sepolcro del Santo, finalmente si fece avanti il giovane Matteo che con una spranga di ferro ruppe l’urna e trasse fuori le reliquie, per ultimo anche il cranio.
L’indecisione al porto su quale nave dovesse avere l’onore di trasportare il sacro tesoro fu superata affidandole alla nave di Matteo. Dopo un inizio difficoltoso con tappe a Kekowa, Megiste, Patara e Perdicca, quando cinque marinai consegnarono le reliquie che avevano sottratte, il vento divenne favorevole. Le altre tappe furono Marciano, Ceresano, Milos, Stafnu (o Bonapolla), Geraca, Monemvasia,  Methone, Sikea, S. Giorgio, 5 chilometri da Bari, ove trascorsero la notte per sistemare le reliquie in una cassa lignea ricoperta delle stoffe comprate ad Antiochia.
Entrarono nel porto di Bari nel pomeriggio della domenica 9 maggio, accolti da una folla festante. Ma dopo le manifestazioni di gioia, nacque il problema della persona a cui consegnare le reliquie. Salito sulla nave delle reliquie, l’abate benedettino Elia le prese in consegna con la promessa di tenerle nel suo monastero fino a che i capitani e il popolo non avessero preso una decisione. L’arrivo dell’arcivescovo Ursone due giorni dopo, invece di semplificare  il problema, lo complicò, mostrandosi Ursone deciso a portare le reliquie in cattedrale. Il suo tentativo di impadronirsene provocò uno scontro armato con due morti e molti feriti.
Finalmente l’arcivescovo si rassegnò e concesse che il palazzo dell’antico governatore bizantino (catepano) venisse trasformato in chiesa, di modo che Nicola avesse in città un suo proprio tempio. I lavori iniziarono l’8 luglio e a dirigerli fu quell’abate Elia che poi, alla morte di Ursone (14 febbraio 1089) fu eletto arcivescovo dal popolo unanime. Il 1° ottobre del 1089 venne il papa Urbano II proveniente da Melfi e repose le reliquie sotto l’altare della cripta alla presenza dei conti normanni e della duchessa Sichelgaita. Intanto, con la sua Historia Translationis, rivolgendosi all’Europa Giovanni Arcidiacono annunciava: A tutte le chiese di Cristo rendiamo noto che … dalla città di Mira, trasportate per mare dai Baresi, sono giunte a Bari le reliquie di S. Nicola.


Le fonti narrative dell’impresa sono: 1) Niceforo, pervenutoci in una redazione greca e tre latine: la Greca è edita in G. Anrich, Hagios Nikolaos, I, pp. 435-449; la Vaticana fu edita dal Falcone, Acta Primigenia, cit., pp. 131-139 (mentre quella del Nitti di Vito in Japigia 1937 è zeppa di errori); la Beneventana da N. Putignani, Istoria della vita, de’ miracoli e della traslazione del gran taumaturgo san Niccolò, Napoli 1771, pp. 551-568; la Gandavense o Compilatore franco, fu  edita in Analecta Bollandiana,  4 (1885), pp. 169-192. 2) Giovanni Arcidiacono ci è pervenuto in una trentina di codici. Per l’edizione critica vedi G. Cioffari, Giovanni Arcidiacono: l’Historia Translationis sancti Nicolai nell’Europa Medievale, in Nicolaus Studi Storici, 2011, ½, pp. 43-108. 3) Il racconto russo composto tra il 1093 ed il 1095: Slovo o perenesenii sv. Moščej sv. Nikolaja Mirlikijskago, edito da Makarij Bulgakov, Materialy dlja istorii Russkoj Cerkvi, Duchovnyj Vestnik 1862 (t. I) e di nuovo nell’Isatorija Russkoj Cerkvi, II, Spb 1889, pp. 327-331. 4) In Litiae Provintia, cod. British Museum Tiberius B, V, part I, poemetto edito da Walter de Gray Birch, The Legendary Life of St Nicholas, The Journal of the British Archaeological Association, Part II, London 1888, pp. 245-255 (particolarmente 254-255). Tra le fonti cronachistiche segnalo gli Annales Farfenses, Augustani, Ottenburani,  Leodienses, Rosenveldenses,  Beneventani, Admuntenses, Cavenses, Lupi Protospatharii, Sancti Iacobi (tutti editi nei Monumenta Germaniae Historica), quindi Chronica Sigeberti Gemblacensis, Anonymi Barensis,  Lamberti Audomarensis, Casinensis; Auctarium Garstense e Claustroneoburgense. Vari atti pontifici, fra cui la bolla di Urbano II del 5 ottobre 1089 (CDB I,  doc. 33).

La cripta vale a dire la chiesa sotterranea in corrispondenza del presbiterio e del transetto, fu certamente la prima parte che della chiesa fu portata a termine. C’è da credere, infatti, che l’abate Elia utilizzasse una preesistente aula del palazzo catepanale, collocandovi forse qualche capitello a carattere liturgico proveniente da qualcuna della chiesette bizantine abbattute.
I lavori durarono due anni. Nel mese di settembre del 1089 l’abate Elia ritenne opportuno invitare il papa Urbano II (che si trovava a Melfi) a riporre le reliquie di S. Nicola sotto l’altare appena costruito. È a pianta rettangolare, dalle dimensioni di m. 30,69 per 14,81. La volta a crociera poggia su 26 colonne, due delle quali di marmo numidico, due di breccia corallina, una di marmo caristio e le altre ventuno di marmo greco.
La manna di S. Nicola è l’acqua che si forma nella tomba del Santo e che si formava già nella Basilica di Mira. Nelle due relazioni dell’epoca (Niceforo e Giovanni Arcidiacono) è detto che le reliquie galleggiavano in un sacro liquido allorché i baresi se ne impadronirono. Nel corso dei secoli sono stati usati termini diversi, come oleum oppure unguentum (i russi dicono myro, e i greci myron). In realtà si tratta di un’acqua (analizzata nel 1925 dal Laboratorio di chimica dell’Università di Bari) di particolare purezza, la cui origine viene diversamente spiegata. Per alcuni si tratta di un vero e proprio miracolo e, come in alcune liturgie viene sottolineato, sgorgherebbe dalle ossa del Santo (altre liturgie dicono dai marmi della tomba). L’argomento addotto, a parte la tradizione mirese, è la constatazione che le ossa restano assolutamente chiuse durante l’anno, e che il foro viene aperto soltanto la sera del 9 maggio alla presenza di una grande folla. Per altri si tratterebbe, invece, di un fenomeno chimico analogo a quello di una condensazione vaporosa e comunque di un fenomeno naturale.
Il blocco alla base è leggermente scosceso verso il centro, il che permette appunto la raccolta della Santa Manna. I padri domenicani, cui la Santa Sede ha affidato la Basilica dal 1951, hanno scelto una linea discreta. La devozione non viene abolita in quanto l’acqua che si forma nella tomba è effettivamente una reliquia, essendosi trovata comunque a contatto con le ossa del Santo. Molti fedeli hanno affermato di averne ricevuto consolazione. D’altra parte, non viene neppure incentivata, per evitare che aspetti della fede personale siano equivocati come di valore universale e necessario.
Si precisa, tuttavia, che l’acqua che viene distribuita in boccettine nella Sala delle Offerte non è l’acqua che si è formata nella tomba del Santo durante l’anno. Infatti, normalmente si raccoglie una quantità media di mezzo litro o poco più, e quindi su migliaia di devoti se ne potrebbero accontentare ben pochi. Quella che viene distribuita proviene da grandi boccioni di acqua benedetta, in cui è stata versata la “manna” raccolta il 9 maggio.
 
Le testimonianze dell’universalità del culto di S. Nicola sono numerose e costanti. L’autorevole “The Oxford Dictionary of Saints” lo definisce uno dei santi più universalmente venerati sia in Oriente che in Occidente. Nel loro “The Book of Saints” i Benedettini di S. Agostino di Ramsgate lo definiscono uno dei santi più popolari della cristianità.  Ancora più perentorio è “A Biographical Dictionary of the Saints” con la seguente dichiarazione: “Nicola di Myra, vescovo e confessore, il santo più popolare della cristianità, altamente celebrato da tutte le nazioni, specialmente dalla chiesa russa scismatica.  Chiese e cappelle innumerevoli gli sono dedicate”. Anche per l’Enciclopedia Cattolica il Santo di Mira e di Bari è uno dei santi più popolari sia della Chiesa greca che della latina.
Un segno palpabile della sua immensa popolarità è dato dalla diffusione del suo nome nel mondo intero, soprattutto se si tien conto delle sue varianti, nonché dal numero delle chiese a lui dedicate.
Sin dai primi anni che seguirono alla traslazione di S. Nicola da Mira a Bari (1087), in occasione dell’anniversario di questo avvenimento si organizzarono feste in onore del Santo. Addobbi d’ogni genere, fiere, pellegrinaggi, messe solenni, processioni, bande, cortei di terra e di mare, e più tardi i fuochi pirotecnici, dovettero fare la gioia dei grandi e dei piccoli. La città celebrava l’avvenimento più caratteristico della sua storia, che così diveniva la festa della città.
L’universalità del culto di S. Nicola non po­teva non lasciare traccia anche nell’arte e spe­cialmente nella pittura, che fra le espressioni artistiche è quella più vicina alla liturgia. Di conseguenza, non sono mancati saggi ed artico­li su questo o quell’aspetto dell’iconografia ni­colaiana.
Scopo del presente studio è di offrire una trattazione concisa e dettagliata dell’evoluzione della figura di S. Nicola nella pittura italiana, esaminando le opere dei maggiori artisti. Par­lando di una trattazione dettagliata non intendo dire esaustiva, in quanto parlare di tutti i dipinti di S. Nicola è praticamente impossibile. Sono pochi i paesini del mondo cristiano che non ab­biano almeno un’immagine del nostro santo, talvolta antica e non inventariata dalle Soprin­tendenze. E ciò vale, ovviamente, anche per l’Italia. Né dettagliata è la descrizione artistica delle opere, che ho riportato solo sinteticamen­te e rifacendomi alle tesi di studiosi competenti in materia, riservando a me soltanto la descri­zione contenutistica e simbolica. Cosa che ho fatto anche nei miei precedenti lavori sull’argo­mento (Il vero volto di S. Nicola, Bollettino di S. Nicola, 1994, n. 7/8, ed Elementi narrativi dell’iconografia nicolaiana, Bari 1982).
Con questo studio ho voluto fare il punto delle conoscenze a cui sono pervenuto in questi anni di direzione del Centro Studi Nicolaiani, durante i quali numerosi amici di S. Nicola (valgano per tutti i nomi di Luciano Bissoli e P. Nicola Giandomenico di Assisi) hanno inviato foto e ritagli di giornali. Va da sé che tali con­tributi spontanei li ho considerati alla luce degli studi citati in bibliografia.


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